Dove andrà a finire l'economia dei ricchi

Pubblicato il da Jena

So che il testo è lungo ma vi chiedo un po di pazienza e concentrazione:


Estratti dal libro "Dove andrà a finire l'economia dei ricchi" di Domenico De Simone, edito nel 2001 da Malatempora 
che sbugiardano il teorema dell'ineluttabilità della crisi contemporanea


4)  Lo Stato
Ciò che conta è il puro dato statistico, dal quale si evinca che la produzione abbia avuto un incremento. Un esempio divertente di questa stortura nel calcolo di un Totem come il PIL, è data da questo fatto che si è recentissimamente verificato negli USA. Sappiamo che il PIL è composto, tra l’altro, dal saldo della bilancia dei pagamenti, ovvero dalla somma algebrica delle esportazioni, con il segno positivo meno le importazioni. Ebbene, se si verifica un forte calo delle importazioni, per effetto di una crisi, che evidentemente si riflette in minori consumi, il PIL cresce, poiché quel saldo si sposterà decisamente verso il positivo. L’effetto sarà, quindi, di un’apparente crescita della ricchezza, che però produce (relativo) impoverimento tra la gente.
Allora cerchiamo di capire quali incongruenze si nascondano dietro la realizzazione dei modelli di equilibrio e quali conseguenze aberranti essi comportino.

Il livello dei prezzi dipende da quattro variabili:





1) i costi di produzione, 2) la domanda, 3) l'offerta e 4) la quantità di moneta in circolazione.

Dobbiamo considerare che, per ragioni storiche, la variabile costi tende a diminuire mentre la variabile quantità di moneta tende ad aumentare, entrambe con andamento non lineare ma con direzionalità costante.
Anche le altre due variabili principali, domanda ed offerta, tendono storicamente ad aumentare in relazione diretta l'una con l'altra. La teoria dell'equilibrio descrive l'andamento dinamico delle quattro variabili e la loro relazione con altre due variabili, il tasso di disoccupazione ed i profitti che dipendono nel loro insieme dalle variabili considerate e, a loro volta, ne determinano l'andamento.

Nelle condizioni ideali, il tasso di occupazione è costante, costi e profitti diminuiscono, offerta e domanda crescono in parallelo e la quantità di moneta cresce meno del tasso di riduzione dei costi[1].
Da decenni la crescita del sistema è assicurata dal controllo di queste variabili effettuata dall'intervento dei governi su costi, occupazione ed offerta, e delle autorità monetarie sulla quantità di moneta. Profitti e domanda sono determinati di conseguenza dal mercato.

In questo bel quadretto, si spiegano gli interventi delle banche centrali sui tassi di interesse, che determinano la quantità di moneta creata, le preoccupazioni sulla riduzione del tasso di occupazione o su una sua eccessiva crescita, la necessità di rallentare la crescita (id est la produzione) per evitare squilibri con la domanda o di tenere a freno i consumi per non esercitare pressioni sui prezzi, eccetera, eccetera.
I tassi di crescita dei paesi occidentali ed in misura diversa, del mondo intero negli ultimi tre decenni, danno lustro ed affidabilità al modello.
Ci sono però alcune cose che questo modello non dice e che falsificano l'intero ragionamento.

5)  L’economia del debito
La prima cosa che non ci dice, è che il presupposto della crescita è un indebitamento crescente del sistema, sotto forma d’indebitamento privato (famiglie ed imprese) e pubblico (stato ed enti pubblici). La questione coinvolge sia l'equilibrio del sistema sia la natura stessa del potere.
In altri termini, la variabile quantità di moneta, che dal modello appare neutra, nasconde una distribuzione ineguale delle risorse finanziarie che incide in maniera determinante sia sulla qualità che sulla misura della domanda complessiva.

Immaginate che qualcuno vi proponga un lavoro, una casa ed anche i soldi per mangiare e per gli svaghi. Ne sareste felicissimi, credo. Dopodiché scoprite che i soldi che vi da per il vostro lavoro sono meno di quelli che vi servono per vivere, per cui ogni mese vi indebitate un po’ di più e su questo debito pagate anche interessi che aumentano il vostro indebitamento. E’ ragionevole ritenere che la vostra felicità scomparirebbe immediatamente?
Un film degli anni settanta proponeva un tema simile ambientato in una piantagione del sud degli Stati Uniti.
Il protagonista, vedovo con due figli piccoli, è alla ricerca di un lavoro e di una sistemazione decente. Capita in un’azienda agricola dove cercano dei lavoranti. Gli viene proposto uno stipendio di mille dollari al mese (incredibilmente alto), la casa, l’alimentazione, la macchina, gli svaghi e la scuola per i figli.
Lui trova le condizioni che gli vengono proposte straordinariamente soddisfacenti, e si mette alacremente al lavoro. Per la verità, la casa è una stamberga invivibile, l’automobile uno scassone inguidabile, il mangiare fa schifo e gli svaghi sono inesistenti, ma non si può andare troppo per il sottile nella sua situazione.

Alla fine del mese la sorpresina. Eh già, perché quando va a ritirare lo stipendio. dopo un mese di duro lavoro, gli viene detto che al suo stipendio di mille dollari devono essere detratti 600 dollari per l’alloggio, 400 dollari per il vitto ed altri 400 dollari per la macchina, le bevande e gli svaghi (il whisky era un po’ caro).
Insomma, dopo un mese di duro lavoro, non solo non aveva guadagnato nulla ma era debitore in totale di 400 dollari. Nel film, come era prevedibile, la questione è finita a pistolettate.
Nel mondo sta accadendo la stessa cosa, ma stranamente nessuno se ne lamenta. Il debito pubblico dello Stato aumenta ogni anno in termini assoluti. Ciò che si riduce e su cui si interviene, è il deficit pubblico, che è uno degli elementi che determina il tasso di crescita del debito[2].

All’aumento della massa finanziaria per mezzo dell’indebitamento, corrisponde un impoverimento della popolazione e non un suo arricchimento.
In effetti, nel mondo occidentale, si sta verificando una crescita dell’impoverimento degli strati di popolazione tradizionalmente poveri, e l’ingresso nella fascia di povertà anche di settori della classe media.
Infatti, l’aumento della massa finanziaria, comporta un incremento in termini assoluti degli interessi che sono pagati su tale massa, dato che le emissioni monetarie avvengono, in pratica, solo per il tramite del meccanismo di creazione di denaro da parte delle banche. In altre parole, più si produce con il lavoro e più ci si indebita verso il sistema finanziario che, invece di essere di stimolo per le attività produttive, per le dimensioni che ha raggiunto è diventato una palla al piede del sistema economico. Per questa ragione, chi non possiede strumenti finanziari, e vive solo di lavoro, diventa necessariamente più povero, mentre chi possiede strumenti finanziari diventa allo stesso tempo più ricco.

Un esempio illuminante del vicolo cieco in cui si è cacciato il sistema, è dato dal particolare meccanismo di emissione di titoli di debito in deficit pubblico.
In pratica, il deficit pubblico consiste nella quantità di denaro necessaria per coprire le spese dello Stato che non sono assicurate dai ricavi della fiscalità complessiva.
Le emissioni in deficit pubblico devono essere commisurate al prodotto interno lordo. Per gli accordi di Maastricht, il requisito essenziale per entrare nell’ambito della moneta unica è che il deficit pubblico non superi annualmente il 3% del PIL. Negli anni passati questa percentuale è stata anche molto più alta, fino ad oltre il 12% in momenti di gravi difficoltà per lo Stato italiano.

La perversione consiste nel fatto che tali emissioni vengono calcolate sulla base di quanto prodotto dai cittadini, ma non vengono erogate a favore di coloro che con il proprio lavoro ne hanno consentito l’emissione.
Al contrario, vengono poste a loro carico. Infatti, le emissioni in deficit pubblico vanno ad aggravare il debito pubblico e questo si scarica prima o poi sulla fiscalità ordinaria.
Con l’assurda conseguenza che più si produce e più ci si indebita in termini assoluti. In effetti, il debito pubblico dello Stato italiano ha raggiunto nel 2000 la rispettabile cifra di 2.500.000 miliardi.

Per fare fronte a questa cifra spaventosa, gli italiani dovrebbero lavorare per oltre dieci anni senza tenere nulla per sé, vale a dire senza mangiare senza bere, senza tempo libero, senza fare figli, stando attenti persino a respirare.
Capite qual è l’assurdo? Che un gruppo di signori, ignoti ma non tanto, che detiene la maggior parte di questa ricchezza finanziaria non solo usufruisce di ricchezze spaventose, ma soprattutto ha il potere di decidere della vita e della morte di intere popolazioni sulle quali esercita il potere per mezzo del debito.

Il meccanismo si risolve in una sottrazione di ricchezza alla popolazione che non usufruisce di ritorni dal mondo della finanza. E questo, ovviamente, aumenta il divario tra ricchi e poveri.

La seconda cosa che il modello nasconde, è che per mantenere la crescita del sistema, è necessario un tasso di fiscalizzazione crescente, ovvero, in alternativa, un indebitamento pubblico crescente.
Anche se cercano di spacciarlo per un sintomo di ricchezza, l’aumento delle tasse comporta da sempre una diminuzione della ricchezza soprattutto per le classi più povere.
Vi faccio un esempio concreto.
Una mia giovane amica con cui ogni tanto condivido i viaggi da pendolare, lavora come impiegata presso un’agenzia di viaggi romana.
Com’è noto, è fortunata ad avere un lavoro di questi tempi. Per otto ore di lavoro che diventano dieci e più sommando i tempi del pendolarismo, guadagna, lorde in busta, 2.400.000 il mese, che si riducono ad un milione e mezzo per effetto delle varie ritenute.

E’ innegabile che sia un buono stipendio, dati i tempi, però lei fatica ad arrivare alla fine del mese, pur spendendo solo lo stretto indispensabile per vivere. Vorrebbe sposarsi, ma il fidanzato guadagna più o meno come lei e in due hanno difficoltà a mettere da parte qualche soldo per la festa, il viaggio di nozze, i mobili, la cucina e magari pensare di fare qualche figlio. Figuriamoci per comprare casa!
Riflettendo sulle tasse, lei ha fatto questo ragionamento. Il mio stipendio lordo è di 2.400.000 lire, che è quanto il mio datore di lavoro spende, ma a me arriva in tasca solo un milione e mezzo.

Non ho però finito con ciò di pagare tasse, dato che qualunque cosa acquisti, dalla benzina ai vestiti, dal pane alla luce elettrica, anche se mi è strettamente indispensabile per vivere e lavorare, è a sua volta gravata di tasse, e non certo in misura irrisoria. Con l’Iva al 20% praticamente su tutto e le altre tasse ed accise sulla produzione e sul lavoro, il prezzo di ogni bene è formato per almeno il 50% da tasse, dato che com’è noto le imprese scaricano sui prezzi le tasse che pagano.
La mia amica conclude che il suo stipendio è quindi gravato da tasse per oltre il 70%.
Se la volete leggere in termini temporali, lei lavora per lo Stato da gennaio fino a settembre inoltrato, e tutto ciò solo per avere il diritto di ottenere lo stretto necessario per vivere.

Se volesse comprare casa, dovrebbe indebitarsi, accendendo un mutuo con una banca e gravandosi dei relativi interessi che ne diminuirebbero ulteriormente il tenore di vita già ai limiti della povertà. Per colmo d’ironia, questa ragazza è considerata nel comune modo di sentire, una persona fortunata!
All’estremo opposto, vediamo quello che può accadere ad una persona che abbia duecento milioni da investire e che sia disposto a perderli senza subire gravi conseguenze.
Duecento milioni è una cifra relativamente modesta su un mercato, come quello italiano, in cui ogni giorno si trattano cinquemila miliardi di lire e ancora di più su quello americano, dove ogni giorno le azioni trattate assommano a quattro milioni di miliardi di lire.

Il nostro investitore fa le sue brave considerazioni e poi sceglie di investire su un titolo che gli sembra buono. Ne acquista cento azioni a cento dollari, spendendo circa 23 milioni.
Il giorno dopo, il titolo in questione scende violentemente del 20%. Non è una follia, è quello che accade quotidianamente a centinaia di titoli sul mercato americano. A fine seduta il nostro investitore acquista duecento azioni a 80 dollari, spendendo altri 36 milioni.
Il giorno successivo, però il titolo continua a scendere, e ancora nella percentuale record del 20%. I tecnici di borsa direbbero che il titolo si trova in una situazione di ipervenduto.
Il nostro non si perde d’animo e acquista adesso 400 azioni a 64 dollari l’una, spendendo 58 milioni. In totale il nostro ha investito 118.680.000 lire e possiede adesso 700 azioni del titolo. E’ altamente probabile che a questo punto il titolo risalga con altrettanta violenza, anche se in genere si attesta al di sotto del livello da cui è partita la discesa.

E’ sufficiente che il titolo del nostro investitore arrivi a 85 dollari perché lui guadagni in pochi giorni, sull’intero investimento 18 milioni, ovvero proprio lo stipendio che la mia amica pendolare riceve per un anno di lavoro.
E se il titolo dovesse scendere ancora, il nostro è pronto ad effettuare nuove mediazioni al ribasso. Se poi il titolo dovesse crollare i casi sono due: o è la fine del capitalismo finanziario, e allora i soldi non servono più a nessuno, né all’investitore né all’impiegata, o la scelta del titolo era clamorosamente sbagliata ed allora, incassate le perdite, il giochetto si può ripetere su altri titoli.

D’altra parte avevamo presupposto che per fare questa attività è necessario disporre di denari che si è disposti a perdere. Se poi il titolo che il nostro ha acquistato all’inizio della storia sale, invece di scendere, allora lui dopo un po’ vende ed incassa, passando ad un’altra operazione.
Non crediate che siano pochi fortunati a fare questa attività. Nel mondo occidentale, sono ormai decine di milioni le persone che svolgono attività di borsa per proprio conto dalla quale traggono proventi maggiori di quelli che ricevono dal lavoro.
Il 70% delle famiglie americane ha denari in titoli o fondi di investimento che hanno avuto una redditività media superiore al 20% negli ultimi cinque anni. Insomma cento milioni ne rendono venti l’anno, senza far nulla e con le tasse pagate.

Ah già, le tasse. Sapete quanto paga di tasse il nostro investitore sui diciotto milioni che ha guadagnato con il giochetto di cui parlavamo prima? Una cedolare secca del 12,5% e senza dover fare né dichiarazioni né gli altri complicati calcoli richiesti dalla normale dichiarazione dei redditi, dato che fa tutto la SIM attraverso la quale passano obbligatoriamente le operazioni di borsa.
Da quanto avete letto, potete dedurre che più denaro avete meno rischi correte di perderlo, dato che potete mediare al ribasso molte volte e, soprattutto, diversificare il rischio su un numero elevato di titoli recuperando altrove le perdite che avete subito con alcuni di essi.
E vi viene in soccorso la statistica, per la quale negli ultimi 30 anni la redditività dei titoli in borsa è stata in media del 16% netto l’anno. Applicandola al nostro esempio di chi possiede duecento milioni, questi ne ricaverebbe ben trentadue l’anno, tasse pagate ed escludendo l’inflazione. Vale a dire, quasi il doppio di quello che riceve la mia amica per le sue otto ore di lavoro oltre alle due o tre di trasporto.

Un vecchio detto popolare sostiene che i soldi vanno a chi già ce li ha e questo meccanismo di funzionamento della borsa ne è appunto una riprova.
In altri termini, ciò che produce ricchezza è l’attività finanziaria che cresce a tassi compresi tra tre e quattro volte quelli dell’economia reale.
C’è, però, un piccolo particolare spesso dimenticato quando si parla di queste cose. Il particolare è che la ricchezza finanziaria non produce nulla, se non pezzi di carta e adesso bytes di memoria sui computer.
Perciò, chi si è arricchito per il tramite della finanza, deve togliere ricchezza a coloro che questa ricchezza l’hanno prodotta con il proprio lavoro.

Non solo. Se la ricchezza finanziaria continua a crescere a tassi superiori a quelli di crescita della ricchezza reale, alla fine ci saranno un’infinità di pezzi di carta che gireranno sempre più velocemente tra la gente ed a valori sempre più variabili.
Eh già, perché più aumenta la quantità di mezzi finanziari, più cresce la loro velocità di circolazione e maggiori diventano le oscillazioni tra i prezzi. L’enorme massa di strumenti finanziari si risolve in una definitiva perdita di correlazione tra il prezzo delle azioni o il valore nominale dei titoli, e l’effettiva attività delle aziende.

I prezzi dei titoli, come di qualunque altro bene che sta sul mercato, dipendono dalla domanda e dall’offerta. Poiché la crescita degli strumenti finanziari è maggiore della crescita della produzione, le transazioni relative agli stessi strumenti finanziari finiscono per diventare preponderanti nel sistema economico, e questa preponderanza tende a crescere in misura esponenziale, dato che essa stessa diventa uno strumento finanziario. Alla base di questa riflessione è il dato della continua nascita di nuovi strumenti finanziari, soprattutto derivati dai principali, che ha caratterizzato le attività finanziarie dell’ultimo decennio.
Ma questa crescita dell’area finanziaria avviene a discapito della produzione economica che è gravata da un indebitamento crescente dal quale non può liberarsi se non per mezzo di una distruzione di buona parte della massa finanziaria. Oltretutto, alla crescita degli strumenti finanziari non si accompagna una loro distribuzione equa, o quantomeno, non tanto squilibrata.

In conseguenza di questo squilibrio, la domanda non riesce a crescere in maniera congrua, poiché comunque le innovazioni tecnologiche hanno portato nuova linfa nella produzione.
Come nel 1929, quando il mondo sperimentò le delizie della crisi di sovrapproduzione, anche oggi ci si trova di fronte allo stesso pericolo. Allora, come oggi, le innovazioni tecnologiche spinsero la produzione a livelli mai raggiunti prima. Allora, come oggi, la distribuzione delle risorse finanziarie era ineguale. Ne seguì un’improvvisa caduta della domanda ed una profonda crisi dalla quale i paesi occidentali uscirono solo nel dopoguerra.

Uno dei primi a trovare una soluzione al problema della debolezza della domanda fu Henry Ford, che pure, nei primi tempi della crisi, aveva reagito con ottusa durezza alle proteste ed alle iniziative degli operai e del sindacato contro la chiusura degli stabilimenti di produzione.
Prima della crisi, la produzione della Ford era rivolta soprattutto ad una fascia di acquirenti medio alta, dati i prezzi delle automobili prodotte dall’azienda. Ford pensò di introdurre modifiche ai modelli ed al ciclo di produzione tali da abbassarne in maniera consistente il prezzo di produzione ed allo stesso tempo alzare enormemente la quantità di unità prodotte, cosicché fosse possibile vendere le automobili ad un pubblico più ampio, compresi gli stessi operai della sua fabbrica. Nel 1935 lanciò l’obiettivo di produrre un milione di automobili in quell’anno, e finalmente, dopo tanti anni di recessione, assunse molti nuovi operai, cui propose di acquistare l’automobile a rate.

Nacque in questo modo empirico l’economia fondata sul debito al consumo, dato che l’esempio di Ford fu ben presto seguito dalla maggior parte dei proprietari delle altre aziende. Soprattutto nel dopoguerra, milioni di famiglie americane, così come milioni di famiglie europee, furono indotte ad acquistare ogni sorta di beni di consumo utilizzando i crediti che venivano erogati da Banche, finanziarie o dalle stesse aziende di produzione.

6)  La finanza del debito
L’economia fondata sul debito ci sta portando verso una nuova crisi, poiché appare sempre più chiaro che questo debito non solo non potrà mai essere pagato, ma che esso cresce in misura maggiore dell’economia reale.
Com'è noto, in tutti i tempi ed a tutte le latitudini, un eccesso di massa monetaria rispetto alla quantità dei beni in circolazione produce inflazione. Lo strumento tradizionalmente usato per ridurre la crescita della massa monetaria, è il rialzo dei tassi di interesse, che genera una contrazione del credito. Le banche, infatti, creano denaro per mezzo della concessioni di linee di credito a imprese, famiglie ed enti pubblici.

A questa massa monetaria creata dalla banche si aggiunge la massa dei titoli di credito creati dallo Stato a fronte del debito pubblico e per la copertura delle politiche di deficit pubblico, nonché quella creata dai privati per mezzo di obbligazioni o titoli (c'è anche da considerare la circolazione semi illecita, quale quella degli assegni postdatati, cambiali, tratte e ricevute bancarie).
Si tratta di strumenti finanziari che hanno un'origine diversa, ma da tempo tutti questi strumenti svolgono una funzione monetaria checché ne dicano l'Istat e la Banca d'Italia. Essi sono, infatti, crediti inesigibili nei confronti di soggetti istituzionali o privati la cui esistenza è giustificata dalla circolazione e basta.

A questi strumenti, dobbiamo aggiungere sia le azioni, la cui funzione monetaria è sempre più rilevante, sia i derivati la cui elasticità ne consente l'uso monetario in determinate circostanze. Sui derivati gira la favola che essi siano un giochino a somma zero, nel senso che le Clearing Houses[3] aprono sempre posizioni equivalenti ma di segno opposto.
Si tratta, appunto di una favola, dato che com'è noto, l'apertura delle posizioni avviene sul margine e non sul sottostante e quindi, in caso di forte direzionalità in un senso o nell'altro, l'effetto leva genera squilibri pesanti nei conti. La chiusura forzata di posizioni indurrebbe crisi di panico non dissimili da quelle vissute dalle banche fino al 1932.
E, a proposito di derivati, le opzioni, che non hanno posizioni put in corrispondenza, non sono certo strumenti finanziari a somma zero.

Le dimensioni del fenomeno ci chiariscono i termini della faccenda. Le banconote in circolazione in Italia sono oltre 50 miliardi di euro. I depositi bancari a vista e breve sommano oltre 2.600 miliardi, più o meno come i titoli del debito pubblico. Aggiungendo i titoli emessi da enti pubblici, regioni e comuni, il debito pubblico complessivo dovrebbe attestarsi intorno ai 1.800 miliardi di euro.
Azioni ed obbligazioni di società quotate sommano circa 1.000 miliardi, mentre i titoli ed obbligazioni emessi dai privati (dagli assegni postdatati alle ricevute bancarie) sommavano oltre 1.500 miliardi nel 1998. La maggior parte degli economisti consideravano fino a qualche anno fa', che i derivati ammontassero a circa il 50% di tutti gli altri strumenti finanziari, percentuale che a me sembra un po' bassa, ma che, se presa per buona, porta la somma totale della carta in circolazione in Italia a circa 8.000 miliardi (la mia stima per il 2000 è di oltre 9.000, con un picco a marzo di circa 9.500).

Ah, dimenticavo le riserve di oro ed altri preziosi, che attualmente sono di poco superiori ai 24 miliardi di euro, ovvero circa lo 0,25% del totale dei pezzi di carta, alla faccia della convertibilità stampata sulle nostre banconote!
E' proprio l'inesigibilità (nel senso dell'inconvertibilità) degli strumenti finanziari (se non tra loro) che ci induce a ritenere che tutti svolgano la stessa funzione, che si risolve alla fine in una funzione monetaria dalla maggiore o minore elasticità.
Nel senso che non posso andare a comprare con i BOT le sigarette, ma certo ci compro un appartamento. D'altra parte, se porto da un notaio un camion di 20 tonnellate di monetine da cento per pagare 200 milioni di lire per un appartamento, è presumibile che riaprano un manicomio per rinchiudermi dentro.

Sempre più spesso, per l'acquisto di aziende, società quotate in borsa e non emettono proprie azioni fissando il rapporto di concambio con quelle dell’azienda acquistata.
In questo caso le azioni svolgono una funzione monetaria né più né meno dei BOT o degli assegni circolari.
A fronte di questa montagna di carta, il popolo italiano produce più o meno 1000 miliardi, ovvero il Prodotto Interno Lordo. Sul conteggio del PIL ci sono un'infinità di obiezioni, ma adesso prendiamo per buono il dato, depurandolo dalle attività finanziarie che incidono sul PIL per circa 150 miliardi.

In altri termini, la carta in circolazione è circa tra 9 e 11 volte la produzione nazionale. Non solo: mentre infatti, il PIL cresce ad un tasso medio inferiore al 2%, la massa finanziaria cresce al tasso decisamente superiore di oltre il 6%. Da questo diverso tasso di crescita discendono le preoccupazioni sull'inflazione e le politiche di tassi alti che, però, abbiamo constatato non risolvere il problema, dato che il tasso di crescita della massa è maggiore di quello dell'economia reale, per di più depressa per via dell'alta redditività delle obbligazioni (pubbliche e private).
Una politica di bassi tassi di interesse nemmeno risolve il problema, dato che produce un aumento della massa monetaria creata dal sistema bancario in misura comunque maggiore del tasso di crescita dell'economia.

Alla fine questa montagna di carta collasserà su sé stessa bruciando di colpo tutta la ricchezza virtuale e non che essa rappresenta.

E' questo lo scenario che viene comunemente indicato come lo scoppio della bolla speculativa, che precipiterà di colpo nel momento in cui sarà stato raggiunto il limite dell'indebitamento del sistema.

7)  Lo scenario prossimo venturo
Questa analisi descrive in linea generale un sistema economico che cresce sul debito, qual è quello che si è venuto determinando dal 15 agosto 1971, data in cui Nixon proclamò l'abrogazione unilaterale degli accordi di Bretton Woods. Quegli accordi prevedevano la convertibilità di tutte le monete nel dollaro e la convertibilità di questo nell'oro. Prevedevano, anche, l'istituzione del FMI come strumento per il controllo e l'intervento finanziario diretto al sostegno dei livelli dei cambi decisi nell'ambito politico. Com'era presumibile, il FMI ha svolto un ruolo politico essenziale per il mantenimento degli assetti di potere usciti da Yalta, mentre la sostanza del potere, all'interno dei singoli paesi, era determinata dalla gestione del credito nei confronti di pubblico e privato.

Qual è il rischio in questa situazione?
Che all’improvviso, l’impossibilità di far crescere ulteriormente l’economia sul debito, ovvero le difficoltà della gente comune e delle imprese, nonché degli Stati, di contrarre altri debiti determini una brusca caduta della domanda, proprio in un momento in cui il sistema, spinto verso nuovi livelli di produttività dalle attività della nuova economia, ne ha più bisogno. I tassi di crescita presupposti dalle produzioni della nuova economia sono formidabili. Con tutti i freni che la politica monetarista di Greenspan ha imposto agli USA negli ultimi anni a colpi di rialzi dei tassi di interesse, l’economia americana è cresciuta ad un tasso superiore al 5% all’anno, alla faccia dei menagramo che ritenevano illusorio un tasso del 4%.

Questo è potuto accadere per le peculiari caratteristiche delle produzioni della nuova economia di cui parleremo in seguito. Resta il fatto che il monetarismo, figlio di questo sistema di gestione della ricchezza finanziaria, ha necessità di ridurre i tassi di crescita dato che altrimenti il sistema rischia di generare un’inflazione incontrollabile.
Le cause di questa inflazione sono dovute alla crescita della massa finanziaria maggiore di quella dell’economia, ed abbiamo visto che non c’è modo di arrestarla, né alzando né abbassando i tassi di interesse. In entrambi i casi, infatti, la massa finanziaria continua a crescere o per il verso del debito pubblico o per quello del debito privato.
Questi elencati di seguito sono, in sintesi, i punti deboli del sistema:

1) La crescita del debito pubblico non è più tollerabile, anche se è continuata imperterrita negli ultimi dieci anni

2) Il livello di indebitamento delle famiglie sta spingendo fasce crescenti di popolazione in condizioni di povertà in tutti i paesi occidentali, USA compresi, il che rende, tra l'altro, ridicole certe cifre sull'occupazione e la crescita economica.

3) L'incremento esponenziale dell'immigrazione, ovvero di gente alla ricerca di condizioni accettabili di vita (non sanno quello che trovano qui), indice dell'impoverimento crescente nel terzo mondo.

4) L'estrema volatilità dei mercati finanziari, nonché l'estrema sensibilità dell'economia reale alle manovre sui tassi (la caduta del PIL USA nell’ultimo semestre del 2000 dal +5.4% di giugno allo 0.9% di dicembre è estremamente significativa).

5) L'enorme potenzialità produttiva della new economy a fronte della quale c'è una domanda sempre più debole, ai limiti della recessione. In questo contesto una crisi improvvisa di sovrapproduzione diventa probabile.

6) L'assoluta mancanza di chiarezza tra economisti, politici, operatori finanziari e banche centrali sulla gravità della situazione e sui rimedi possibili. Chi mette in guardia sui pericoli viene tacciato, nella migliore delle ipotesi, di essere uno iettatore, come accadde nel 1929 a Paul Warburg e Roger Babson.

Dal lato dei politici, non mi stancherò mai di ricordare le ottimistiche previsioni di crescita e sviluppo formulate dal Presidente americano Coolidge nel suo discorso sullo stato dell'Unione del dicembre 1928, a pochi mesi dal crollo[4].

I segnali che stanno giungendo da tutto il mondo sono di un rallentamento delle attività dell’economia reale e di un aumento della povertà in tutto il mondo, mentre i PIL continuano a salire in alcuni paesi in maniera consistente.
E’ chiaro che si tratta di segnali contraddittori, poiché alla crescita del PIL dovrebbe corrispondere un miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. Ma così non è, per la semplice ragione che quell’incremento del PIL tiene conto di attività finanziarie che, non solo non migliorano la vita della gente, ma al contrario ne determinano un aumento della povertà.
I segnali, peraltro ci dicono che la soluzione giusta, oltre che da un punto di vista etico anche da un punto di vista di mera convenienza economica, è quella di una maggiore distribuzione della ricchezza finanziaria e di una sua omogeneizzazione con la crescita dell’economia reale al fine di evitarne l’esplosione.

L’unico strumento che ci consente di effettuare una manovra del genere è quello fiscale. In altri termini è necessario ridurre le tasse sulle attività dell’economia reale e spostare il peso fiscale sull’economia finanziaria. Allo stesso tempo, è necessario distribuire ricchezza finanziaria in maniera equa, riconsiderando il ruolo di essa nell’economia.

Date le proporzioni tra le attività finanziarie e quelle dell’economia reale, lo spostamento può avvenire in tempi relativamente brevi ed in maniera pressoché indolore[5].
Ho ipotizzato che in cinque anni si possono detassare completamente le attività economiche e spostare tutte le imposte sulle attività finanziarie senza provocare crolli dei mercati azionari né fughe di capitali dai paesi che adottassero provvedimenti del genere.

Una considerazione finale. Anche nel 1929, nessuno pensava che gente come Charles Mitchell o Richard Whitney o Ivan Kreuger o Goldman e Sachs, si facessero scippare il giocattolo dalle mani. Chi erano costoro? Appunto i Gates, i Colaninno, i Whiteman, i Soru dell'epoca.
Purtroppo non è andata così. Il giocattolo si è rotto. E le dichiarazioni di un economista famoso ed indubbiamente capace come Irving Fisher, che nell'autunno del 1929, pochi giorni prima del crollo, disse testualmente; "I corsi delle azioni hanno raggiunto quello che sembra un livello permanentemente elevato" ci spiegano perché la caduta fu così dura.

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